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Seconda sala

Seconda sala

Dedicata alla venerazione della Madonna del Ponte

Un altro aspetto per il quale il museo diocesano di Lanciano è giustamente noto è la concezione museografica con la quale è stato concepito.

Gli oggetti non sono disposti ed esposti né in ordine cronologico, ripercorrendo le tappe della storia dell’arte, e nemmeno seguono un criterio tipologico che avrebbe visto succedersi nelle sale dipinti, sculture, argenterie.

L’allestimento, che costituisce un modello assai innovativo, è stato progettato in modo che ogni sala illustri un aspetto delle tradizioni religiose locali nella loro espressione artistica, nell’intento di ricostruire e, per quanto possibile, mostrare al visitatore l’ambito culturale che ha prodotto le opere esposte.

Per questa ragione la prima sala del museo non poteva che essere dedicata alla Madonna del Ponte, protettrice della Città e della Diocesi.

2.1 Ambito abruzzese, ex-voto, secc. XVIII – XIX – XX. Provenienti dalla Cattedrale di Lanciano.

Collocati per primi, all’ingresso della sala, poiché considerati gli oggetti più significativi per documentare la venerazione della quale ha goduto nel corso dei secoli la Madonna del Ponte i dipinti che oggi vediamo, realizzati nell’arco di tre secoli con le più diverse tecniche sui più disparati supporti (carta, legno e lamina metallica) non sono che una modestissima parte di quelli donati alla Santa Patrona nel corso del tempo e che, collocati in origine lungo la galleria laterale della chiesa, dovevano rendere manifesto al popolo dei fedeli e documentare la sua generosità nel concedere grazie.

Essi documentano, con dovizia di particolari spesso, incidenti quotidiani, piccoli e grandi pericoli e talvolta sono un vero documento storico,  come nel caso del dipinto che illustra l’assalto dei briganti alla diligenza che collegava Lanciano a Chieti in epoca post unitaria.

2.2 Ambito napoletano, Brocca, 1603, argento in fusione sbalzato e cesellato. Proveniente dalla Cattedrale di Lanciano. Catini, sec. XVI, ottone sbalzato e cesellato. Provenienti dalla Cattedrale di Lanciano.

La preziosa brocca è uno dei pezzi più interessanti del Tesoro della Santa Casa del Ponte.

Veniva utilizzata durante la solenne celebrazione della Messa Pontificale. Realizzata in argento in fusione poi sbalzato, inciso, cesellato e dorato reca l’iscrizione con la data 1603 il che la rende un esemplare rarissimi di oreficeria del XVII secolo gran parte della quale è andata perduta per via dell’altro valore intrinseco della materia prima. Lo studioso Franco G. Maria Battistella ne segnala un esemplare simile nel tesoro della Cattedrale di San Gennaro.

Altrettanto interessanti i catini, in ottone sbalzato e inciso, datati al XV secolo e genericamente indicati come di manifattura slava anche se taluni esemplari simili sono riferiti alla Germania settentrionale, intorno ad Acquisgrana. Essi recano una indecifrata iscrizione nella quale lettere greche si mescolano a caratteri gotici a formare una parola che viene ripetuta per quatto volte. Esemplari simili sono diffusi in numerosi altri luoghi di culto in tutta la regione. Un catino simile è conservato, in ambito diocesano, presso la chiesa parrocchiale di Caldari.

2.3 Ambito Napoletano, Reliquiario della Santa Spina, fine sec XVI, rame inciso, cesellato e dorato, argento in fusione sbalzato e cesellato, vetro. Proveniente dalla Cattedrale di Lanciano.

Tra le opere di oreficeria risalta il raffinato Reliquiario della Santa Spina, opera di argentiere napoletano della fine del ‘500, che reca sul piede l’emblema del committente, l’arcivescovo Paolo Tasso e conserva al suo interno alcune spine della corona che cinse il capo di Cristo.

Il reliquiario nella prima domenica di maggio, come tramandato dal De Giorgio nella sua “Cronaca delle chiese di Lanciano”, veniva solennemente portato in processione , fino alla chiesa dell’Iconicella, dove restava esposto per tutta la giornata e in tutte le calamità pubbliche insieme al reliquiario a forma di vaso nel quale, nel 1593, Mons. Tasso sborsando la considerevole somma di 40 ducati, fece riporre una porzione di sangue del San Pantaleone il quale gli proveniva dal vescovo di Ravello De Curtis.

L’esposizione della reliquia era riservata ai momenti più solenni ed fu proprio con la Santa Spina che il 5 febbraio 1799 le “masse” sanfediste, cioè i sostenitori della monarchia borbonica, confluiti a Lanciano dai borghi vicini, pretesero di essere benedetti dall’allora arcivescovo Monsignor Amoroso, prima che fosse intonato un Te Deum di ringraziamento in Cattedrale.

2.4 Giacinto Diano (1731 – 1805), Incoronazione di Maria, Modello per la decorazione della cupola della Cattedrale di Lanciano, 1788, olio su tela.

Campeggia al centro della sala, suddiviso in tre tele, il modello per la perduta decorazione ad affresco della cupola della Cattedrale, realizzato dal pittore napoletano Giacinto Diano nato a Pozzuoli nel 1731 e morto in Napoli 1803) raffigurante l’Incoronazione di Maria, databile al 1788.

Ai lati troviamo gli unici due frammenti salvati dell’affresco originale che raffigurano, rintracciabili nella composizione generale, la testa di Dio Padre e la testa di Re Davide.

La cupola della Cattedrale venne scoperta il 9 novembre 1788 come riportato dallo storico Omobono Bocache, “con festa, tripudio e sparo”.

 Gli affreschi, a causa delle infiltrazioni nella copertura in piombo della cupola eseguita nel 1823 iniziarono a deteriorarsi già dal 1830,e nel 1847 si riuscì a salvare, staccandoli insieme all’intonaco soltanto i due frammenti ora visibili.

E’ difficile stabilire con precisione assoluta l’epoca della presenza di Giacinto Diano (Pozzuoli 1731 – Napoli 1803) a Lanciano. Secondo de’ Cecco i lavori per la decorazione della cupola e delle volte del Duomo sarebbero iniziati nel 1787 e terminati nel 1790, dopo la presentazione del modello che gli sarebbe valso l’incarico. Successivamente, tra il 1790 e il 1791, il pittore avrebbe realizzato a Napoli le venti tele triangolari ad olio che si trovano ai lati dei finestroni e successivamente, tra il 1792 e il 1793, avrebbe dipinto anche i due quadri con La lapidazione di Santo Stefano e la Natività di Maria.

Il dipinto rimasto agli eredi del pittore, fu acquistato a Napoli nell’aprile del 1839 da Giuseppe de Crecchio, membro, con il Conte Saverio Genoino e con don Giacomo Festa, della Commissione di Beneficenza, il quale successivamente ne fece dono alla Cattedrale al fine di lasciare memoria ai posteri della bellezza dell’opere perduta.

Esso venne conservato, insieme agli unici avanzi degli affreschi della cupola, due teste del Padreterno e di David, nella Camera della Congregazione di Carità, dietro la Sacrestia del Duomo.

2.5 Ambito meridionale, Abiti per le statue della Madonna del Ponte, sec XVIII e sec. XIX, seta ricamata, oro. Proveniente dalla Cattedrale di Lanciano

Tra le maggiori attrattive del museo vi è, sicuramente, la  possibilità di ammirare il tesoro della Madonna del Ponte, ricco di gioielli realizzati dal XVII al XX secolo tra cui la straordinaria mezzaluna di diamanti dono della Marchesa di Castelnuovo, l’odierna Castelfrentano, valuta un tempo quanto tutto il resto del tesoro.

Insieme all’importante collezione di gioielli ex voto, datati tra il XVII e il XIX, sono esposte due vesti in seta, una del ‘700 e una dell’800 con cui si vestivano le statue della Santa Patrona. La prima, interamente ricamata in oro, reca le insegne di Giacomo Lieto dei duchi di Polignano Arcivescovo di Lanciano dal 1754 al 1769 il quale fece realizzare, nel 1758, in sostituzione della antica cona della Madonna un nuovo altare marmoreo, eseguito dal noto marmoraro napoletano Crescenzio Trinchese su progetto dell’ingegnere Gennaro Campanile, figura poco nota ma certamente influenzato da Ferdinando Sanfelice.

L’abito, destinato a coprire l’immagine in terracotta sull’altare maggiore, sul modello lauretano, è databile a quegli anni e risalta per la preziosità del lavoro e per l’ottimo stato di conservazione.

Il secondo abito è databile alla metà del secolo successivo e copriva il la statua a manichino utilizzata per le processioni, rimasta in uso fino alla realizzazione di quella attuale nel 1933, in occasione del centenario dell’incoronazione della Santa Patrona.

Oltre ad essere ricamata in oro, con motivi a girali e foglie, del filo dorato corre all’interno della tessitura in seta rendendo l’insieme ancora più magnifico.

2.6 Iacopo da Lanciano, Madonna con Bambino, sec. XV, tempera su tavola. Proveniente dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore di Lanciano.

La piccola tavola, in origine nella chiesa di Santa Maria Maggiore, era stata portata a L’Aquila dove era collocata nell’ufficio del Soprintendente fino a quando, in occasione dell’apertura del museo diocesano è potuta tornare a Lanciano. Il dipinto, una tempera su tavola, raffigura il primo miracolo di Gesù secondo i vangeli apocrifi tra i quali il Vangelo dello pseudo Matteo nel  quale Gesù avrebbe compiuto il miracolo di dar vita o resuscitare, con il suo soffio,degli uccellini da lui modellati nel fango.

«XXVII. Poi,alla presenza di tutti, prese fango dai laghetti, che egli stesso aveva costruiti, e plasmò dodici passeri. Il giorno in cui Gesù fece questo era di sabato e c'erano con lui moltissimi bambini. Uno dei giudei l'aveva visto compiere la cosa e perciò disse a Giuseppe: «Giuseppe, non vedi che il bambino Gesù fa di sabato ciò che non gli è permesso? Ha fatto dodici passeri con il fango!». A quella nuova Giuseppe lo riprese, dicendo: «Perché fai di sabato cose che non ci è lecito?. Ma Gesù udì Giuseppe e quindi, percotendo una mano contro l'altra, ordinò ai suoi passeri: «Volate». Al suo comando quelli cominciarono a volare. Mentre eran tutti là che vedevano e sentivano, continuò rivolto agli uccelli: «Andate, volate per la terra e per il mondo tutto e vivete». Gli astanti, osservando i prodigi, furono presi da grande stupore. Alcuni lo lodavano e lo ammiravano; altri invece lo biasimavano. Ci fu pure chi si recò dai principi dei sacerdoti e dai capi dei farisei per raccontare loro che Gesù, figlio di Giuseppe, aveva compiuto grandi segni e prodigi, dinanzi a tutto il popolo d'Israele. La cosa fu risaputa in mezzo alle dodici tribù».

L’episodio, ripreso anche da Dario Fò nel suo Mistero Buffo, è anche letto come una prefigurazione della chiamata dei dodici Apostoli o come un riferimento alle dodici tribù di Israele.

Di estremo interesse è anche la firma dell’autore, Jacovo de Lanzano, la cui dipendenza dal pittore Paolo Veneziano è più che evidente. Sconosciuto ai repertori e forse identificabile con il pittore quattrocentesco Giacomo de Cilmis citato da alcune fonti.